• 30 Settembre 2022

LOST LA SERIE TV – Recensione e analisi

Sbarcata il 22 settembre 2004 sulla ABC ha cambiato il modo di raccontare le storie per la televisione. Era maggio 2010 quando la TV trasmetteva l’ultimo episodio di Lost, la serie TV di J.J. Abrams. Dopo sei stagioni la vicenda dei naufraghi sull’isola dei misteri trovava la sua conclusione, eppure per molti fan il finale di Lost ha rappresentato una cocente delusione, quasi una presa in giro. Lo era davvero? Gli autori hanno imbrogliato le carte per chiudere il cerchio, oppure era possibile prevedere il colpo di scena, apparentemente inaspettato?

Ripercorriamo insieme le sei stagioni della serie e cerchiamo le risposte con questa analisi informale di Lost, da appassionati per appassionati.

Lost serie Tv

Telefilm: Lost
Titolo originale: Lost
Anni di produzione: 2004-2010
Nazionalità: USA
Genere: Fantascienza, Azione, Avventura, Drammatico, Thriller, Mistery
Stagioni: 6
Episodi: 114
Durata episodio: 44 minuti ca.
Creata da: J. J. Abrams, Damon Lindelof, Jeffrey Lieber

Attori e personaggi principali:
Naveen Andrews: Sayid Jarrah
Emilie de Ravin: Claire Littleton
Matthew Fox: Jack Shephard
Jorge Garcia: Hugo “Hurley” Reyes
Josh Holloway: James “Sawyer” Ford
Daniel Dae Kim: Jin-Soo Kwon
Yunjin Kim: Sun-Hwa Kwon
Evangeline Lilly: Kate Austen
Dominic Monaghan: Charlie Pace
Terry O’Quinn: John Locke
Henry Ian Cusick: Desmond Hume
Michael Emerson: Benjamin Linus
Elizabeth Mitchell: Juliet Burke

Disponibile in DVD e sulle piattaforme di streaming legale



ATTENZIONE, SPOILER

PRIMI PASSI CON LOST

Quando anni fa mi parlarono di Lost, una serie tv che stava riscuotendo grande successo in USA, la mia prima domanda fu: “Di che parla?”.

Mi fu risposto: “C’è un aereo che precipita su un’isola, i sopravvissuti scoprono che l’isola è strana”.

Incuriosita da quel mistero iniziai a guardare gli episodi e feci conoscenza con i personaggi, già noti sotto il nome di Losties.

La prima stagione di Lost mi ispirò non pochi sbadigli e ammetto che diverse volte mi addormentai guardandola, altre volte dovevo tenere le palpebre alzate con lo scotch. Il montaggio con i continui flashback sul passato dei Losties mi dava non poco fastidio e, onestamente, l’unico punto in comune era che tutti i naufraghi avevano una vita non certo felice, si portavano addosso molti problemi irrisolti e la disperazione di fondo tipica di chi sa di essere sull’orlo dell’abisso ma non vuole guardarlo.

I misteri sull’isola avanzavano piano piano e non ebbi esitazione a concludere che c’era un qualche strano esperimento dietro. Il mostro denominato “Il fumo nero” mi richiamava alla mente i mostri dell’Id del film cult “Il Pianeta Proibito” (1956) e di lì a poco mi aspettavo che avrebbero scoperto qualche scienziato pazzo dal sonno pesante all’origine dei loro problemi.

Lost non mi attraeva ancora. Se non fosse stato per il simpatico Locke, l’incarnazione della fede, e la sua insistenza a considerare l’isola come entità con una sua volontà, se non fossero saltate fuori le botole nascoste e quella strana tastiera dove inserire ogni 108 minuti sempre gli stessi numeri, avrei mollato la serie

La protagonista di Lost è l’isola, non c’è dubbio. Tutta la parte esplorativa del posto è stata una goduria e ho perso il conto delle centinaia di chilometri che i Losties avrebbero percorso avanti e indietro a piedi, tra palme e piogge tropicali.

Dopo l’iniziale scetticismo annoiato ho cambiato atteggiamento e ho iniziato ad appassionarmi alle vicende dei poveri malcapitati, perché ho capito che dietro non c’era una storia tanto banale e che gli autori avevano un filo preciso in mente: non eravamo davanti alla solita serie che si accartoccia su sé stessa, esaurendo la sua novità in pochi episodi.

Come il califfo Harun Al Rashid della fiaba “Le mille e una notte” mi ritrovai ad attendere la puntata successiva, affinché la mia Sherazade, i due sceneggiatori Cuse e Lindelof, mi raccontasse il resto della storia.

LOST HA CAMBIATO LE SERIE TV

Lost ha cambiato il modo di pubblicizzare le serie tv, perché si è letteralmente appropriata di elementi di viral marketing solitamente riservati alla promozione dei film, e grazie ai quali, oltre agli alternate games, furono creati ben due siti web reali, uno dedicato alla Dharma Initiative l’altro ai Drive Shafts, la band di Charlie, la rockstar tossicodipendente.

LOST HA CAMBIATO IL MODO DI PROPORRE LE SERIE TV

L’isola di Lost ha convertito milioni di spettatori, dimostrando una verità sostanziale: non sono i soldi o il sesso a spronare le persone, non soltanto perlomeno, ma sono le informazioni, che se ben gestite possono essere una miniera d’oro.

Offrendo a ogni puntata nuovi misteri e nuove domande, Lost ha scatenato la curiosità mondiale a un tale livello che oggi abbiamo Lostpedia, la wikipedia di Lost, creata proprio sul mezzo principe delle informazioni, Internet, e dove si trova letteralmente tutto sulla serie. Lostpedia contiene una telecronaca di ogni puntata, considerazioni sui personaggi, collegamenti, riferimenti bibliografici e cinematografici.

La caccia ai tanti “perché” di Lost ha agganciato milioni di telespettatori: domande sulla natura del fumo nero, sugli Altri, sulla Dharma, sulla stessa natura dell’isola hanno imperversato per anni sul web e sui giornali, e ancora lo faranno perché il fascino di Lost è che, per quante risposte vengono fornite, altrettante domande vengono create, come i tanti luoghi segreti scoperti dai Losties nel corso degli anni.

LOST HA CAMBIATO IL MODO DI SCRIVERE LE SERIE TV

Tutti sappiamo che, oggigiorno, quando si concepisce una serie bisogna definire una trama verticale, limitata al singolo episodio, e una trama orizzontale che viene costruita lungo le stagioni attraverso dettagli sparsi negli episodi.

Molte volte, però, succede che gli autori hanno ben chiaro il punto di partenza della serie ma non il punto di arrivo, così l’evoluzione dei personaggi subisce svolte repentine o misteriose sparizioni dovute a defezioni degli attori o a modifiche en passant per ritrovare gli ascolti perduti, con la conseguenza di pause di riflessione e cali di qualità.

Lost metteva in chiaro subito una cosa: se per capire l’isola ci vuole fede, come fa Locke, ce ne vuole anche per seguire la serie, perché, sebbene il vero mistero era l’isola, è ovvio che svelando subito il segreto l’interesse sarebbe per forza di cose calato. Ma dall’altro lato, lungo tutta la serie sono stati disseminati elementi sufficienti per dare risposte alle domande, eppure mai abbastanza per esserne sicuri: infatti, moltissimi fan si erano convinti che solo nel finale sarebbe stata data LA spiegazione.

Lost basa la sua riuscita su pochi fili conduttori: il dualismo, il dialogo, la lotta e le incomprensioni; tra fede e scienza, tra predestinazione e libero arbitrio, tra genitori e figli, tra Bene e Male.

All’interno di questi temi sono costruite le storie e i personaggi, incastonati in un meccanismo a incastro su più linee narrative, che, sebbene frammentate, si organizzano creando sorprendentemente una sceneggiatura lineare.

La tecnica dei flashback, trasformati prima in flashforward e poi in flashsideways, in Lost raggiunge così la massima potenza espressiva.

I PUNTI DI VISTA DI LOST

Oltre alla non linearità del montaggio gli autori di Lost hanno optato per una struttura a cipolla, fornendo nel corso delle stagioni alcuni punti di vista sulla natura dell’isola, attraverso la conoscenza dei Losties e degli altri personaggi che si sono avvicendati.

Ogni stagione di Lost ha alimentato la curiosità presentando solo le esperienze e riflessioni dei personaggi, la loro verità, ma mai la verità alla base dello show.

Nella prima stagione abbiamo conosciuto i naufraghi, ovvero il gruppo di Jack e Locke e abbiamo scoperto le caratteristiche superficiali dell’isola, il fumo nero e altre presenze non identificate.

Seconda stagione: arrivano i sopravvissuti della coda dell’aereo, che riportano altre esperienze sull’isola e sugli abitanti, gli Altri, che iniziano a fare capolino e che sembrano conoscere l’isola.

Terza stagione: gli Altri prendono il controllo prepotentemente ma ci accorgiamo che non ne sanno poi molto di più dei naufraghi.

Quarta stagione: arrivano gli esterni, ovvero i mercenari e gli scienziati di Withmore, che cercano di spiegarci la brama di potere tra Ben e il miliardario: altro quadro incompleto.

Nella quinta stagione entriamo nella Dharma e abbiamo alcune spiegazioni scientifiche sull’isola, ma ci rendiamo conto che ancora non ci dicono tutto. La scienza per comprendere l’isola non esiste ancora, quindi ci si deve affidare alla fede.

Nelle prime cinque stagioni di Lost i personaggi non sembrano altro che formiche che cercano di capire la forma della Terra, ma la loro visione locale è ancora troppo limitata e le uniche risposte che possiamo avere sono per forza di cosa insufficienti.

Così, nella sesta stagione di Lost saliamo un altro gradino della piramide: la Fede.

L’ISOLA DI LOST TRA FEDE E SCIENZA

Tutti i punti di vista di Lost, per quanto variegati, sono però raggruppabili sotto due temi:

Fede e Ragione (o Scienza), incarnati da Locke e Jack, intesi più volte come Bene e Male, anche dalla scritta “Lost” bianca su sfondo nero, ma soprattutto nell’antagonismo intellettuale ed emotivo dei due fratelli, Jacob e Samuel, alias l’uomo in nero.

  • Jacob, la Fede, il bianco, colui che crede ciecamente
  • Samuel, l’uomo in nero, la scienza, che per credere ha bisogno di capire, conoscere, ma la cui conoscenza lo allontanerà dalla Fede (più volte in Lost la scienza fa casini).

Compaiono per la prima volta nel finale della quinta stagione, seduti sulla spiaggia accanto all’enorme statua con le quattro dita (4, proprio come uno dei numeri di Lost), che ci dice che sono protagonisti di una guerra fredda millenaria.

Fin dall’inizio Lost ha definito le due linee guida della storia, l’ennesimo confronto tra Fede e Ragione: vedere l’isola come entità propria accantonando tutte le domande, o provare a dare una risposta per quanto approssimativa essa sia?

Le caratterizzazioni dei personaggi di Lost sono ampiamente descritte tramite i flashback e i flashforward, il cui scopo è quello di renderceli come persone che vivono e sbagliano pagando le loro e le altrui colpe, sempre alla ricerca di una pace dell’anima che il loro passato ha reso irraggiungibile.

Punto in comune tra i Losties, evidente nei flashback che inframmezzano le scene del presente, è che sono stati manipolati, usati, limitati, hanno volontariamente o involontariamente demandato ad altri il controllo della propria vita, divenendo di fatto anime smarrite, lost. Scaraventati quindi sull’isola, ma in realtà chiamati dall’isola per avere una seconda occasione: quella di scegliere il proprio destino.

Il percorso dei Losties diventa così il racconto di una conversione, una lotta intima per riconquistare il controllo della propria vita, con la Ragione, per poi cederlo consapevolmente all’isola, con la Fede, perché perfino un predestinato può scegliere.

LOST: PRESA IN GIRO O SOCIAL GAME?

Lost è una serie tv progettata come contenitore di ogni genere narrativo.

In 6 anni è apparso come prodotto di mistery, horror, thriller, giallo, psicologico, fantasy, fantascienza, soprannaturale, mistico, drammatico, noir e commedia, rinnovandosi a ogni stagione. Un mix di generi, alcuni espansi nelle stagioni dedicate, come il mistery della prima stagione o la fantascienza della quinta, altri come sottogeneri dalla presenza pressoché costante.

Poche altre serie sono riuscite a proporre un simile caleidoscopio di creatività, ma Lost, pur avendo ben chiaro quale fosse la sua vera natura, è riuscito a presentarcela celandola sotto varie ombreggiature narrative, lasciando l’illusione di capire ma anche il dubbio di non aver capito e perciò invitando a proseguire nell’esplorazione dell’isola.

Presa in giro? Forse. Io vedo la serie più come un social game. Nessuna serie televisiva era riuscita a tenere l’attenzione alta per così tanto tempo, portando un Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, a spostare un suo discorso per non interferire con lo show.

Dalle tante persone che in Italia si sono alzate alle 6 di mattina del 24 maggio 2010 per assistere al finale di Lost in lingua originale, è evidente che conoscere il finale di Lost era per molti una questione di principio.

E così, come ogni Losties ha avuto il suo motivo per tornare sull’isola nella quinta stagione, l’isola ha dato uno scopo anche ai telespettatori: i mistici che si sono fidati degli autori deliziandosi dell’originalità dimostrata (Locke); i diffidenti che volevano a tutti i costi smascherarli (Sawyer); i razionali che esigevano di avere tutte le risposte pena il declassamento della serie (Jack); i candidi che volevano solo essere tra i primi a sapere come finiva Lost (Hugo).

LOST HA CAMBIATO IL MODO DI GIRARE LE SERIE TV

Caratteristica fondamentale di Lost è il geniale utilizzo dei flash (flashback, flashforward o flashsideways), che in ogni episodio dividono il racconto in due linee narrative parallele.

I flashback delle prime due stagioni delineano il carattere dei personaggi e il tormento che li collega, lasciando intuire nei frequenti incontri pre-incidente una sorta di predestinazione, ma anche il primo scopo dell’isola: concedere ai Losties una seconda occasione. Non a caso i flashback scattano in determinate scene che ricordano precise vicende fallimentari. I Losties hanno problemi di legami, parentali o sentimentali, che li porta a vivere sconnessi dagli altri, ma il loro destino, l’isola, è all’orizzonte.

Nella terza e quarta stagione la linea temporale s’inverte e i flashforward ci spiegano che i Losties hanno lasciato l’isola troppo presto. Il tono dei flashforward è simmetrico a quello dei flashback, solo che stavolta i Losties subiscono i propri errori. Il loro percorso non è affatto compiuto e ciò è causa degli affanni e del permanere della sensazione di sconnessione che li costringerà a tornare sull’isola nella quinta stagione.

Sempre nella quinta stagione Lost ci presenta un’altra chicca: gli incontrollati salti nel tempo che sballottano i Losties nel passato della Dharma, collegando i diversi punti oscuri dell’organizzazione. È questa la parte più fantascientifica della serie e pare continuare anche nella sesta stagione, con i flash sideways, frammenti di vita dei Losties in quella che appare una realtà alternativa.

Qui gli autori hanno sì giocato con noi, facendoci supporre che lo scoppio della bomba atomica nel finale della quinta stagione abbia creato quella realtà alternativa tanto predicata dalla fisica quantistica facendoci vedere cosa sarebbe successo se l’aereo non si fosse mai schiantato.

Eppure, qualcosa non torna. Lo scoppio della bomba avrebbe dovuto solo tappare la falla energetica scoperta dalla Dharma, tuttavia nei flashsideways la Dharma e l’isola sembrano non essere mai esistite. Ben è solo un timido professore e Jack ha un figlio. Noi sappiamo che Jack non ha un figlio, non ce lo deve mica ricordare Locke, eppure…

Ormai l’impianto di Lost è così solido che nonostante la battuta ripetuta fin dalla prima stagione: “Ci si rivede in un’altra vita” e tutti gli elementi fantascientifici della quinta stagione, si tende a ipotizzare risvolti alla Star Trek.

IL MISTICISMO DI LOST

Per 6 stagioni personaggi e fan si sono lambiccati il cervello per trovare una spiegazione all’esistenza dell’isola, ma quando la scienza non è ancora in grado di darci una risposta, bisogna fare un salto di fede e sconfinare nel misticismo: Locke lo sottolinea fin dalla prima stagione.

Nonostante i tanti fan delusi, il misticismo non è una novità in Lost.

Definito il tracciato di base, gli autori si sono divertiti a disseminare indizi di ogni tipo, dai famigerati numeri 4, 8, 15, 16, 23, 42 che riapparivano in varie combinazioni dovunque, ai nomi e cognomi dei personaggi, attingendo a filosofi (Hume, Locke) e scienziati (Faraday – elettromagnetismo, Minkowsky – spazio tempo), fino a Shepard, “pastore” in lingua inglese, cognome, guarda un po’, di un personaggio a cui, in un flashback delle prime stagioni, una tatuatrice orientale aveva predetto essere un leader nato.

Infine il nome del padre di Jack, Christian Shepard, ossia “pastore cristiano” (o dei cristiani). Ma non va dimenticato il nome di Jacob, preso da un altro gemello della Bibbia, Giacobbe (che litigò con Esaù), o lo stesso nome “Dharma“, letteralmente “destino cosmico“, e la ruota che Ben e Locke girano per spostare l’isola, “casualmente” una ruota come quella del destino.

Non è passata sotto silenzio la ingente presenza di un religioso come Mr. Eko che effettuava battesimi e voleva addirittura costruire una chiesa sull’isola, o le statuette della Madonna in cui era nascosta la droga (che aveva tentato Charlie), per non parlare delle guarigioni miracolose di Locke e Rose.

Quel misticismo sempre in sottofondo nelle prime cinque stagioni, stabilisce così la sua sede nella sesta stagione di Lost, con il Tempio, la resurrezione di Sayid, la tentazione di Richard, le conversioni di Jack e di Desmond.

Se avevate sottovalutato quei segnali sparsi negli oltre 100 episodi di Lost avrete avuto sicuramente una delusione dal finale di Lost.

A quel tempo si era abituati a una struttura lineare, causa-effetto, passato-presente, mentre Lost ha stravolto i meccanismi narrativi con l’utilizzo degli onnipresenti flash, che da un lato frammentavano il racconto ma dall’altro ne riempivano i buchi.

È abitudine che nell’ultimo episodio di una serie tv si faccia ampio uso di flashback, che riassumono e celebrano il viaggio dei personaggi. Lost ha utilizzato un escamotage eccellente inserendo i flashback nel tessuto narrativo per ben cinque stagioni e integrandoli con la storia.

I flash avvenivano sempre su un piano separato rispetto al presente dei Losties, e l’onere del collegamento gravava tutto sullo spettatore. Nell’ultima stagione, invece, Lost è arrivato a far confluire i flash delle due linee; ce lo dice Desmond che ha visto una vita migliore lontano dall’isola, nella Luce, e i flash dei Losties sideways di una vita più reale di quella realtà. Attraverso i flash una realtà si fonde nell’altra, ma quale sarà quella vera?

Gli autori giocano ancora con i telespettatori mettendo alla prova la loro fede nello show. La realtà dell’isola appare talmente irragionevole e fantastica che si è tentati di assumere come reale quella dei flashsideways.

Ed è così che quella che appariva una linea ordinaria era solo un altro piano di esistenza e quei flash erano ricordi di una precedente vita, in linea con molte religioni: le principali rappresentate in maniera un po’ trash nella vetrata della chiesa e pure evidenziata con un gioco di ombre e luci che oscura appositamente Jack mentre ci passa davanti.

Ma, ancor di più, la sequenza finale nel campo di bambù che si riaggancia a quella iniziale, di cui è la versione invertita, diventa prova inconfutabile che lo show era pensato così da sempre, con una struttura circolare e speculare, come bianco e nero, Jacob e Samuel, Yin e Yang.

Dopo tante melodie riempitive, costruite su cicli di note dalla metrica variabile, l’ultimo episodio di Lost, doppio e quindi lungo quanto un film, ha messo ancora una volta in luce le capacità musicali di Michael Giacchino la cui colonna sonora accompagna fino alla commozione finale.

IL SUCCESSO DI LOST

Per tutti i motivi sopra descritti, a me il finale di Lost è piaciuto molto.

Lost ha narrato non una ma molteplici storie: quelle dei suoi personaggi, dei protagonisti, dell’isola. I passati di Jack, Sawyer, Ana Lucia, Locke, Hugo, Kate, e gli altri, hanno fornito tanto di quel materiale che le risposte non date nel finale sono nascoste negli oltre 100 episodi della serie TV.

Lost è qualcosa di più di una serie televisiva, è stato un esperimento televisivo, narrativo, stilistico e perfino sociale, perché ha svegliato gli spettatori imponendo loro di reagire, ragionare, partecipare, immaginare e poi decidere quale spiegazione dare al finale (che è comunque spiegato dai dialoghi delle ultime scene).

Ha inoltre nascosto nei suoi episodi tanti di quei dettagli, anticipazioni, segnali, che per i più appassionati sarà un piacere ritrovarli nelle repliche, in streaming on demand o nei DVD.

Ma, ancor di più, alcuni dettagli non fondamentali sono spiegati negli alternate reality games, paralleli della serie, come la Lost Experience, dove viene introdotta l’equazione di Valenzetti.

In epoca di Web 2.0 verso il 3.0, tra tante serie che relegano lo spettatore alla passività, grazie alla sua grande apertura di generi, il casting azzeccato e la costruzione di personaggi umani dai continui confronti, Lost ha coinvolto un vasto pubblico, raggiungendo risultati di audience e dinamiche televisive che nessuna serie non di nicchia aveva mai raggiunto. Dulcis in fundo, ha indicato una nuova possibile strada per le serie a venire. Non a caso negli anni successivi, abbiamo ritrovato lo stesso meccanismo narrativo (l’esplorazione di un luogo misterioso e i flashback dei personaggi), in altre serie, quali per esempio il fantasy Once Upon a Time – C’era una volta.

Contrariamente a certe regole cinematografiche, Lost è riuscito ad appassionare con una sceneggiatura piena di dialoghi, dilemmi intellettuali e riflessioni filosofiche, senza azione (se vogliamo chiamare azione qualche pugno o sparatoria…).

Chi dimenticherà mai lo scontro fra Locke e Jack sulla necessità di premere un bottone?

Non solo: iniziando come un normale dramma umano, si è poi allargato a proporre frammentazioni temporali e paradossi pur senza mai dichiararsi serie di fantascienza. Un bel pugno in faccia a chi al cinema ci va solo per passare due orette.

In conclusione, l’isola di Lost sono gli autori e la seconda J di J.J. Abrams sta per Jacob. È il caso di dirlo: anche questo Jacob ha offerto la possibilità di scegliere cosa pensare della sua opera.


APPROFONDIMENTI

  • Entrambi i siti dedicati alla Dharma Initiative e alla band di Charlie sono purtroppo oggi defunti.
  • Leggi la mia spiegazione del finale di Lost, che include il riassunto completo della storia con tutti gli elementi inseriti.

Recenso

Mi piacciono il cinema, la televisione, il turismo e i libri. Piacere :)

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